La storia di Santa Maria Goretti
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L'infanzia
Maria Goretti, terzogenita di sette figli, nacque a Corinaldo,
in provincia di Ancona, il 16 ottobre 1890, da Luigi Goretti
e da Assunta Canini, poveri ma onesti e religiosi contadini,
che vivevano coltivando un piccolo appezzamento di terra. Fu
battezzata entro 24 ore dalla nascita nella Chiesa parrocchiale
di 5. Pietro con i nomi di Maria e Teresa. Madrina fu la zia
Pasqualina Goretti. All'età di sei anni, il 4 ottobre 1896,
nella stessa Corinaldo, insieme col fratello Angelo, ricevette
la Cresima da S.E. Mons. Giulio Boschi, vescovo di Senigallia.
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L'emigrazione
Col crescere della famiglia il terreno di Corinaldo si dimostrò
insufficiente a provvedere al suo sostentamento. Perciò i Goretti
decisero di lasciare il loro paese, al quale erano tanto affezionati,
e, verso la fine del 1896, si trasferirono a Paliano, in provincia
di Frosinone, stabilendosi in località Colle Gianturco, dove
presero a colonia il podere Selsi. Vi restarono circa tre anni.
Dapprima lavorarono da soli; poi,durante il terzo anno, si unirono
in società con Giovanni Serenelli, il quale aveva due figli:
Gaspare, che presto si separò, e Alessandro. . Le due famiglie
dividevano lavoro e raccolto; però vivevano ognuna per conto
proprio.
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| Nel
febbraio del 1900 sia i Goretti che i Serenellì da Colle Gianturco
scesero a Ferriere di Conca, a circa undici chilometri da Nettuno,
avendovi trovato lavoro presso il Conte Attilio Mazzolenì. Fu
loro assegnata una abitazione, che aveva nel mezzo una cucina
per uso comune e ai lati tre stanze per ciascuna famiglia. Vi
si accedeva dalla strada con una scala in muratura, che terminava,
in alto, in un pianerottolo, sul quale si apriva la porta d'ingresso.
Attualmente una delle stanze dei Serenelli non esiste più, essendo
stata demolita per allargare il vano centrale |
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Orfana Il clima
dell'Agro Pontino, allora malsano, spezzò in pochi mesi la fibra
robusta di Luigi Goretti, il quale, colpito da malaria e, successivamente,
da tifo, meningite e polmonite, morì il 6 giugno 1900, lasciando
nella desolazione la povera Assunta, alla quale, prima di spirare,
consigliò di ritornarsene alla nativa Corinaldo. L'infelice
vedova, temendo che nel paese di origine non avrebbe potuto
in nessun modo guadagnare sufficientemente per il sostentamento
dei suoi sei figli (uno, il primo, era morto a soli otto mesi
di età), decise, a malincuore, di rimanere a Ferriere e di lavorare
ancora in società coi Serenelli Maria, sensibile e affettuosa,
ebbe il cuore lacerato per la morte del babbo. Tuttavia con
tenerezza più che filiale e con profondo senso cristiano si
dette a confortare la mamma affranta dal dolore. Le diceva:
"Coraggio, mamma! Che paura avete? Noi ora ci faremo tutti grandi
e poi... Dio provvederà".
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La Prima Comunione
L'assennata fanciulla all'epoca della perdita del padre, nonostante
avesse circa dieci anni, non aveva fatto ancora la sua Prima
Comunione. Ne aveva vivissimo desiderio e lo manifestava a sua
Madre, ma costei, presa dal lavoro e sempre a corto di denaro,
la rimandava a tempi migliori. Dì tanto in tanto avvenivano
tra le due dialoghi come questo: " Mamma, quando farò la Prima
Comunione?... Io voglio ricevere Gesù. lo- Cuore mio, come la
puoi fare, se non sai la dottrina? E poi non ci sono soldi per
il vestito e non c'è un minuto di tempo libero." - Ma così non
la faccio mai. Io non voglio stare senza Gesù.
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| - Figlia mia, chi
ti insegna la dottrina? - Dio provvederà. A Conca c'è Elvira Schiassi,
la guardarobiera dei Signori Mazzoleni, che sa leggere; io, sbrigate
le faccende, andrò da lei. La domenica viene qui D. Alfredo Paliani
e lui pure me la insegnerà. Vinse la figlia. In undici mesi imparò
il catechismo e il 16 giugno 1901, domenica dopo l'ottava del
Corpus Domini, insieme con il fratello Angelo ricevette Gesù per
la prima volta dalle mani di P. Basilio dell'Addolorata, Passionista,
che dal 1899, per incarico della 5. Sede esercitava l'assistenza
spirituale nelle Paludi Pontine. Il vestito bianco le fu comperato
dalla mamma, che volle anche metterle indosso i suoi orecchini
e la sua collana da sposa; il cero e le scarpine le furono regalate;
il velo le fu prestato. Per tutto il giorno Maria rimase molto
raccolta. Quando rientrarono in casa, la mamma le disse: "Ora
dovrai essere più buona, perché hai ricevuto Gesù". Ed ella prontamente
rispose: "Si, mamma, sarò sempre più buona". E mantenne la promessa.
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Più in alto!
I Goretti, profondamente cristiani, si preoccuparono vivamente
di dare una educazione religiosa e sana ai loro figli. La mamma,
in particolare, benché analfabeta, fu sempre assidua nell'istillare
i buoni sentimenti nei loro cuori, nell'inculcare le massime
evangeliche, nell'insegnare i primi elementi del catechismo
e le preghiere. Vigilava di continuo che non commettessero peccati,
li conduceva alla messa festiva, voleva che tutti i giorni si
recitasse il Rosario in famiglia. Maria, che sempre aveva corrisposto
alle cure materne, dopo la sua Prima Comunione cominciò a camminare
più speditamente nella via della bontà.
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Volle essere
anzitutto l'angelo consolatore della mamma. Le infondeva coraggio
e fiducia nella Provvidenza, la ubbidiva in tutto, cercava di
alleggerirle il lavoro, pensando alla pulizia della casa, alla
preparazione dei pasti, alla custodia dei fratellini, al rammendo
delle vesti. Assunta dichiarò più volte che Maria (Marinetta,
diceva lei) la obbedì sempre e mai le mancò di rispetto; che
ai richiami, per errori involontari, non si ribellò mai e che
fu sempre umile e servizievole. Ma anche verso i fratellini
fu di una tenerezza squisita. Li assisteva in tutte le loro
necessità, li spronava al bene, insegnava loro le preghiere
e tutti i giorni, al mattino e alla sera, faceva loro recitare
tre Ave Maria. Assunta poté attestare: "Voleva bene ai fratellini
e li correggeva nei piccoli difetti. Li sgridava, quando mi
disubbidivano... Essi la ripagavano di uguale affetto tanto
che, quando li sgridavo o battevo io, ricorrevano a lei". Era
molto pia e desiderava ardentemente di ricevere il Pane degli
Angeli. Purtroppo però nell'anno, che trascorse dalla sua Prima
Comunione alla morte, non poté accostarsi che quattro o cinque
volte alla Mensa Eucaristica. I motivi furono soprattutto due:
ella credeva che fosse necessario confessarsi prima di accedere
alla Comunione ed il sacerdote, che andava a celebrare a Conca,
non aveva la facoltà di rimettere i peccati; inoltre la chiesa
di Conca talvolta, in estate, veniva chiusa e per comunicarsi
bisognava andare un pò troppo lontano, o a Campomorto o a Nettuno.
Questa impossibilità di partecipare al Banchetto Eucaristico
costituì un vero tormento per lei, che amava tanto il suo Gesù.
Il giorno della Prima Comunione, uscita appena di chiesa, domandò
alla Signora Teresa Cimarelli, sua vicina di casa: "Teresa,
quando ci torniamo?". E alla vigilia della sua morte, quando
già stava per essere aggredita, supplicò ancora la stessa Cimarelli:
"Teresa, domani andiamo a Campomorto? Non vedo l'ora di fare
la Comunione!". Che dire del suo amore verso la Santissima Vergine?
La mamma mi riferì: "Era molto devota della Madonna. Recitava
sempre in suo onore il rosario e lo faceva recitare anche ai
fratellini. Ornava con fiori la Sua immagine. Voleva che anche
i fratelli ne fossero devoti". Possiamo aggiungere che dopo
la morte del babbo alla corona recitata in comune aggiunse ogni
giorno un'altra corona in suffragio del caro estinto. Nessuna
meraviglia che nel suo cuore, così attento alle cose celesti,
germogliasse il fiore della modestia. Maria era una bella fanciulla.
Alta circa un metro e mezzo, appariva precocemente sviluppata
per la sua età. Aveva i capelli castani, il volto abbronzato,
lo sguardo mite e profondo. Tuttavia era riservatissima e cercava
di nascondere il suo volto con un piccolo scialle. Sfuggiva
la compagnia di fanciulle un pò libere. Una volta, tornando
dalla fontana riferì alla mamma: "Quanto parla male la tale!".
Allora la mamma: "E tu perché sei stata a sentirla?". E lei:
"Finché non si riempiva la brocca come dovevo fare?". La mamma:
"Bada di non ripetere quelle parole". E Maria: "lo, prima di
ripeterle, piuttosto mi faccio ammazzare". Anche l'uccisore
depose che Maria non si metteva mai in libertà, neppure in piena
estate. A soli dodici anni dunque Maria Goretti, come ebbe a
dire Pio XII, era "un frutto maturo" per il cielo, un frutto
cresciuto in uno di quei focolari domestici, "dove si prega;
ove i figli sono educati nel timore di Dio, nell'obbedienza
verso i genitori, nell'amore della verità, nella verecondia
e nella illibatezza; ove essi fin da fanciulli si abituano a
contentarsi di poco, ad essere ben presto di aiuto in casa e
nella fattoria; ove le condizioni naturali di vita e Yaura religiosa
che li circonda cooperano potentemente a far di loro una cosa
sola con Cristo, a crescere nella sua grazia". Ben giustamente
quelli del vicinato ripetevano a Mamma Assunta: "O Assunta,
che angelo di figliuola avete!".
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Insidiata La
fresca bellezza di Maria, per quanto difesa e nascosta gelosamente,
non sfuggì agli occhi e alla sensibilità di Alessandro Serenelli,
di otto anni più grande di lei, il quale aveva già il cuore
guasto a causa delle cattive compagnie e delle letture piene
di fatti scandalosi. Egli cominciò a nutrire per la fanciulla
un vivo affetto, che, non controllato, degenerò in una cieca,
morbosa e irrefrenabile passione. Ai primi di giugno del 1902
il giovane fece a Maria proposte insane. Ella, inorridita, le
rigettò e fuggì piangendo. Mentre si allontanava, Alessandro
la minacciò: "Se fiati, ti ammazzo". Dopo qualche giorno egli
la tentò di nuovo, ma fu respinto ancora e con più energia.
Confuso e irritato per la resistenza dell'innocente fanciulla,
stabilì in cuor suo che la terza volta, se non l'avesse ascoltato,
l'avrebbe uccisa. E con fredda premeditazione preparò un punteruolo
lungo 24 centimetri. Da quel momento la vita divenne per Maria
un vero incubo. Alessandro la trattava con durezza, la rimproverava
per ogni inezia e la sovraccaricava di lavoro.
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Ella, da parte
sua, evitava di incontrarlo, obbediva in silenzio e si raccomandava
incessantemente alla Madonna, stringendo spesso in pugno la
corona. Più volte, in quel mese terribile, ripeté alla mamma:
"Mamma, per carità, non mi lasciate sola". Glielo disse anche
alla vigilia della tragedia. Ma la povera mamma purtroppo non
riuscì accogliere il terrore, che si nascondeva dietro quelle
parole, e Maria, sola e indifesa, andò incontro al martirio.
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Il martirio Sono
le prime ore pomeridiane del 5 luglio 1902. Le famiglie Serenelli
e Goretti sono intente alla trebbiatura delle fave. Sui covoni,
distesi per terra, circolano due carri (le caratteristiche "barozze"),
trainati ciascuno da un paio di buoi. Uno dei carri è guidato
da Angelo Gorretti, l'altro da Alessandro. Altri tre, dei figli
di Assunta, si divertono ad osservare e a salire di tanto in
tanto sui carri. Giovanni Serenelli è disteso su una balla di
fieno ai piedi della scala di casa, perché malato di malaria.
Maria è sul pianerottolo, in alto, occupata a rammendare una
camicia per ordine di Alessandro, e accanto lei Teresina di
appena due anni, dorme sopra una imbottita.
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Assunta è sull'aia
e bada a rimettere sul cammino dei carri, con un tridente, le
fave che si sparpagliano. All'improvviso scoppia la tragedia.
Alessandro, che ha già preparato il suo piano, salta giù dal
suo carro e, fingendo di dover salire un momento in casa per
cose urgenti, dice ad Assunta: "Volete guidare un pò voi, finché
vado di sopra un minuto?". La povera donna, non sospettando
nulla, acconsente volentieri e sale tranquillamente sul carro
col figlio Man mano. Alessandro percorre in breve i quaranta
metri di distanza, entra in camera, pone il punteruolo sulla
madia della cucina e, aprendo adagio l'uscio, ordina a Maria
di entrare in casa. Ella non risponde né si muove. "Allora confessò
in seguito lo stesso Alessandro - l'acciuffai quasi brutalmente
per un braccio e, poiché faceva resistenza, la trascinai dentro
la cucina, che era la prima camera dove si entrava, e chiusi,
con un calcio, la relativa porta d'ingresso col solo saliscendi
orizzontale, applicato all'interno.
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Essa intuì subito
che volevo ripetere l'attentato delle due volte precedenti e
mi diceva: "No, no, Dio non lo vuole. Se fai questo vai all'inferno".
Io allora, vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere
alle mie brutali voglie, andai sulle furie e, preso il punteruolo,
cominciai a colpirla sulla pancia, come si pesta il granturco...
Nel momento che vibravo i colpi, non solo si dimenava per difendersi,
ma invocava ripetutamente il nome della madre e gridava: "Dio,
Dio, io muoio, Mamma, mamma!". Io ricordo di aver visto del
sangue sulle sue vesti e di averla lasciata mentre essa si dimenava
ancora.
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Capivo bene
che l'avevo ferita mortalmente. Gettai l'arma dietro il cassone
e mi ritirai nella mia camera. Mi chiusi dentro e mi buttai
sul letto". Le ferite all'addome sono così profonde che una
parte dei visceri esce fuori ed è chiaramente visibile. Tuttavia
l'eroica fanciulla trova la forza di alzarsi, di aprire la porta
e di chiamare Giovanni: "Giovanni, venite su, ché Alessandro
mi ha ammazzata". Più tardi, all'ospedale, i medici riscontreranno
in tutto sul suo corpo quattordici ferite con lesioni al pericardio,
al polmone sinistro, al cuore, al diaframma, all'intestino tenue,
all'iliaca e al mesenterio. Le chiesi: "Marietta mia, che è
successo, chi è stato?". Mi rispose: "É stato Alessandro. Mi
voleva far fare cose cattive e io non ho voluto".
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Essa intuì subito
che volevo ripetere l'attentato delle due volte precedenti e
mi diceva: "No, no, Dio non lo vuole. Se fai questo vai all'inferno".
Io allora, vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere
alle mie brutali voglie, andai sulle furie e, preso il punteruolo,
cominciai a colpirla sulla pancia, come si pesta il granturco...
Nel momento che vibravo i colpi, non solo si dimenava per difendersi,
ma invocava ripetutamente il nome della madre e gridava: "Dio,
Dio, io muoio, Mamma, mamma!".
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Io ricordo di
aver visto del sangue sulle sue vesti e di averla lasciata mentre
essa si dimenava ancora. Capivo bene che l'avevo ferita mortalmente.
Gettai l'arma dietro il cassone e mi ritirai nella mia camera.
Mi chiusi dentro e mi buttai sul letto". Le ferite all'addome
sono così profonde che una parte dei visceri esce fuori ed è
chiaramente visibile. Tuttavia l'eroica fanciulla trova la forza
di alzarsi, di aprire la porta e di chiamare Giovanni: "Giovanni,
venite su, ché Alessandro mi ha ammazzata". Più tardi, all'ospedale,
i medici riscontreranno in tutto sul suo corpo quattordici ferite
con lesioni al pericardio, al polmone sinistro, al cuore, al
diaframma, all'intestino tenue, all'iliaca e al mesenterio.
Le chiesi: "Marietta mia, che è successo, chi è stato?". Mi
rispose: "É stato Alessandro. Mi voleva far fare cose cattive
e io non ho voluto".
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La santa morte
Le condizioni della fanciulla si aggravano rapidamente di ora
in ora, sia per le emorragie subite, che per la peritonite settica
prodotta dalle ferite all'addome. E debolissima e cade spesso
in delirio. Si vede talvolta sotto la minaccia del pugnale e
grida: "Che fai, Alessandro? Tu vai all'inferno. È peccato,
è peccato". Talvolta invece si crede stesa sul pavimento e supplica:
'Portami a letto; voglio stare più vicino alla Madonna". Allude
alla cara immagine, che tiene appesa sul suo capezzale. In un
momento di lucidità invoca: "Mamma, babbo".
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Assunta abbassa
lo sguardo dolorante ed ella, temendo di averle recato dispiacere
con il ricordo del padre defunto, le dice: "Perdonami, mamma".
Allora la mamma, quasi porgendole l'estremo addio, dolcemente
le sussurra: "Marietta, prega per noi... perdona tutti... raccomandati
al Signore". Si baciano. Il delirio si fa più frequente. Ad
un tratto esclama: "Che bella Signora!". E come se notasse della
incredulità nei presenti, aggiunge: "Possibile che non la vedete?
Guardate! E tanto bella, piena di luce e di fiori". Infine si
fa preoccupata in volto e, quasi per chiedere aiuto, invoca:
"Teresa!" e si abbatte sui cuscini. Il suo calvario è finito.
Sono le 15,45 del 6 luglio 1902. Assunta col cuore stretto in
una morsa di dolore torna in famiglia. Racconterà più tardi:
"A sera inoltrata io ritornai a Ferriere dai miei figliuoli,
che si trovavano in casa Cimarelli, dove rimasi, senza mettere
più il piede nell'abitazione di prima, fino a quando non mi
trasferii definitivamente a Corinaldo".
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Il trionfo Non
appena Maria ebbe chiuso gli occhi alla luce del sole, ci fu
nel popolo una esplosione di entusiasmo: "E morta una santa",
"Marietta è una martire", "Coraggio, Assunta, vostra figlia
è già in cielo". I funerali furono una vera apoteosi. Vi partecipò
una folla immensa con associazioni e autorità venute anche da
Roma. L'Arciprete Mons. Temistocle Signori tessé l'elogio della
piccola martire in due commoventi discorsi. La Tribuna del 7
luglio ne fece conoscere all'Italia intera la tragica fine,
mentre il Messaggero del giorno successivo ne mise in risalto
l'incomparabile eroismo. Due anni dopo, nel 1904, per iniziativa
del giornale romano "La vera Roma", le fu eretto, in Nettuno,
il primo monumento marmoreo. Nello stesso anno l'avv. Carlo
Marini ne pubblicò la prima biografia. Intanto la fama del suo
martirio andava crescendo di giorno in giorno e la sua tomba
diveniva mela di numerosi pellegrini. Nel luglio del 1929, presenti
la mamma ed altri parenti, il corpo della Santa fu traslato
al santuario della Madonna delle Grazie in Nettuno coll 'intervento
di una folla imponentissima.
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| In
quella circostanza Mamma Assunta ne fece dono ai Padri Passionisti
perché lo conservassero, curando contemporaneamente la glorificazione
della martire nella Chiesa. Fu composto in uno stupendo monumento
marmoreo. opera dello scultore Zaccagnini. Lo visitarono innumerevoli
personaggi anche prima del trasloco; tra gli altri: Mons. Achille
Ratti (il futuro Pio XI) prima di partire Nunzio in Polola Signorina
Armida Barelli, circa 1.800 Padri del Concilio Vaticano Il e Paolo
VI il 14 settembre 1969. Nel 1935 la diocesi di Albano, da cui
dipendeva la città di Nettuno, chiese ed ottenne di poter iniziare
il processo informativo per la causa di Beatificazione. Il 6 giugno
1938 uscì il decreto di introduzione della causa stessa presso
la S. Congregazione dei Riti. Postulatore ne fu il P. Mauro dell'Immacolata,
passionista. Il 4 giugno 1939 si procedette alla ricognizione
del corpo. Finalmente, il 27 aprile 1947, Maria Goretti, con dispensa
dai miracoli, fu solennemente beatificata in S. Pietro a Roma
da S.S. Pio XII alla presenza della mamma, delle sorelle, Ersilia
e Suor Teresa delle Francescane Missionarie di Maria, e del fratello
Mariano. Dopo solo tre anni, il 24 giugno 1950, sotto lo stesso
Pontefice, ebbe luogo la sua solennissima Canonizzazione. A causa
dell'immensa moltitudine (si calcolarono presenti circa 500 mila
persone), la cerimonia si svolse in Piazza S. Pietro, il pomeriggio
di un sabato. Ancora una volta era presente la mamma, benché anziana
e malaticcia, con i figli. Per l'occasione ritornò dall'America
il fratello Angelo (Alessandro era deceduto nel 1917 in America).
L'aver potuto rivedere dopo 35 anni questo figlio fu una delle
più grandi gioie che Mamma Assunta ebbe in quella circostanza,
come ella stessa mi riferì. Il giorno seguente il Papa celebrò
un pontificale in S. Pietro in onore dell'angelica fanciulla giolina,
Ida e fu consegnata al "conservatorio" di Senigallia. Un giorno
dirà con tanta tristezza: "Non conobbi mai i miei genitori, né
potei sapere chi fossero". All'età di cinque anni fu adottata
dai coniugi Aguzzi Vincenzo e Segoni Maria, contadini di Corinaldo.
I due erano dei buoni cristiani, le vollero bene e le dettero
una seria educazione conforme alla loro fede. A venti anni, il
25 febbraio 1886, sposò, a Corinaldo, Luigi Goretti. Era povero,
ma buono, onesto e amante del lavoro. Il 26 gennaio 1929 fu presente
all'esumazione dei resti mortali di Maria, fatta nel cimitero
di Nettuno, dove la fanciulla era stata sepolta dopo la sua morte.
Essi furono riposti provvisoriamente nella cappella delle Suore
della Croce. Il 28 luglio 1929, come si è detto, furono trasferiti
in modo solenne nel santuario di 5. Maria delle Grazie, retto
dai Padri Passionisti. In quella occasione Assunta, in riconoscenza
per quanto essi avevano fatto in favore della figlia, donò ai
Padri stessi ben volentieri il corpo di Maria. Dopo la beatificazione
confermò con atto notarile il dono fatto nel 1929. I Padri, a
loro volta, promisero che avrebbero promosso e curato la canonizzazione
della giovane, se ciò fosse stato di gloria a Dio. Il 26 successivo
fu ricevuta ufficialmente in udienza privata da S.S. Pio XII,
che, accogliendola, disse: "Ecco la mamma di una martire" e che
la intrattenne affabilmente per venti minuti. Era la prima volta
che un papa riceveva la madre di una santa. Visse ancora quattro
anni. Molti pellegrini, desiderosi di renderle onore e di conoscere
particolari inediti su Maria, andarono a farle visita ed ella
li accolse sempre con cortesia, cercando di accontentarli in tutto.
Ma intanto il fisico si andava logorando celermente. Il 7 ottobre
1954 ricevette l'estrema unzione ed il giorno seguente passò serenamene
all'eternità. Aveva compiuto da circa due mesi gli 88 anni. Ai
suoi funerali intervennero autorità civili e religiose, tra cui
sette Vescovi e un Rappresentante del Governo. Era presente inoltre
una grande folla di sacerdoti, di religiosi e di fedeli. Assunta
si può definire veramente una "donna forte", quale la descrive
il libro sacro dei Proverbi. Aveva sortito da madre natura un
carattere quasi duro, autoritario, ma seppe dominarlo, ingentilirlo,
addolcirlo. Fu perciò ferma senza essere ingiusta, autoritaria
senza essere dura. All'occasione riusciva ad essere affabile,
mite, cedevole. Nella lunga vita incontrò innumerevoli difficoltà,
ma le superò tutte con la pazienza, la fortezza, la perseveranza.
A soli 36 anni rimase vedova con sei figli da mantenere. Dopo
la morte di Maria ritornò a Corinaldo. La povertà, che le era
stata sempre compagna, sembrò allora trasformarsi in estrema miseria.
Si sentì sola, senza lavoro, senza un quattrino. Mi confidò una
volta: "Per un pò di tempo dovemmo dormire in una stalla accanto
all'asino". Affrontò tante penose prove con cristiana rassegnazione
e con ferma fiducia nella Provvidenza, la quale, a dire il vero,
per varie vie e nei modi anche più impensati, le andò sempre incontro.
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(fotografie e testi prelevati dal sito
www.santamariagoretti.it)
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